Le lingue semitiche sono un ramo delle lingue afro-asiatiche parlate in Africa e Asia, la loro storia che caratterizza queste lingue è affascinante e riflette le alterne vicende dei popoli che le hanno usate.

La storia delle lingue semitiche

Le quattro lingue semitiche attualmente più diffuse sono l’arabo (oltre 200 milioni di parlanti), l’amarico (circa 57 milioni), l’ebraico (9 milioni) e il tigrino (6-7 milioni). Tuttavia, a seguito a diverse espansioni troviamo anche minoranze, comunque localizzate nel Nord Africa e Asia occidentale. Ad oggi coloro che utilizzano questo ceppo linguistico vengono definiti Semiti e sono cioè gli Arabi, gli Ebrei, gli Aramei, gli Assiri, i Cananeo-Fenici e dal punto di vista prettamente linguistico gli Abissini.

Secondo la tradizione biblica, è stato il maggiore dei figli di Noè, Sem, a dare origine alle lingue semitiche parlate dalle popolazioni dell’Elam (Persia occidentale), della Mesopotamia, della Siria e dell’Arabia meridionale. Sono attestate in modo cospicuo e ininterrottamente dal 3000 circa a. C. fino a oggi, nell’area compresa tra il Tigri e il Mediterraneo; dal 1000 a. C. la penisola araba entra nell’area linguistica semitica, mentre, nell’800 a. C. e con la colonizzazione fenicia in Occidente, inizia la semitizzazione linguistica del Nord Africa.

Morfologia

Le lingue semitiche sono note per la loro morfologia nonconcatenativa, in cui le radici delle parole non sono esse stesse sillabe o parole, ma insiemi isolati di consonanti, che formano una cosiddetta radice trilittera. Le parole sono composte da radici non tanto aggiungendo prefissi o suffissi, ma piuttosto inserendo le vocali tra le consonanti di radice.